tradimenti
La mia fidanzatina svezzata da altri Cap 14
14.08.2025 |
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"Ha continuato, salendo più su, sfiorandomi sopra le mutandine con quel grosso dito magico..."
Capitolo finale: Alfredo, Parte IIIl piano era un filo sottile, intrecciato con desiderio e rischio, come se stessimo sfidando il destino.
Marina avrebbe usato la scusa di dover prendere dei libri di scuola da Elvira, sapendo che Elvira non c’era, partita con la famiglia per il ponte del 25 aprile, proprio come la mia e quella di Marina.
La città sembrava sospesa, le strade polverose sotto il sole di primavera, l’aria carica di quell’energia languida del sud che rendeva ogni pensiero più pesante, ogni desiderio più urgente.
Marina si era preparata con una cura che mi aveva straziato.
La mini di pizzo nero le aderiva alle curve come una promessa, lasciando intravedere il contorno delle cosce sode.
Le sneakers con calzini bianchi le davano un’aria da ragazza innocente, ma la camicetta bianca, sbottonata quel tanto da mostrare l’incavo tra i seni, era un invito sfacciato. I capelli dorati le cadevano sciolti sulle spalle, incorniciandole il viso come un’aureola peccaminosa.
Quando mi aveva guardato, con un sorriso che era puro desiderio, il cuore mi era esploso nel petto.
«Amore, io vado,» aveva detto, la voce che tremava di eccitazione e paura.
«Tu, però, non ti fare troppe seghe, mi raccomando.»
L’avevo accompagnata fino al portone di Alfredo, le mani sudate, il cuore in gola.
Lei si era fermata davanti al videocitofono, sapendo che lui l’avrebbe vista, squadrata da capo a piedi attraverso lo schermo. Premette il pulsante, e dopo un istante la voce roca di Alfredo gracchiò: «Marinella, che vuoi? Elvira non c’è, è fuori città. Non so quando torna.»
Marina inclinò la testa, la voce tenue, quasi infantile, ma con un sottotono che tradiva il suo gioco:«Ho bisogno di un libro di scuola, Alfredo. Posso aspettarla da lei? La prego.»
Il silenzio che seguì fu un’eternità, un’attesa che mi strinse lo stomaco.
Alfredo la stava osservando, lo sapevo, il suo sguardo che la spogliava attraverso lo schermo.
Poi, un ronzio sordo. Il portone si aprì. Marina mi lanciò un ultimo sguardo, un misto di sfida e timore, poi sparì dentro, inghiottita dall’ombra del palazzo.
Cappuccetto Rosso era entrata nella tana del Lupo Cattivo.
Passarono due ore. Due ore abbondanti, e il mio telefono restava muto.
Nessun messaggio, nessuna chiamata. Ero un fascio di nervi, seduto sul bordo del letto, le mani che tremavano mentre stringevano il cellulare
.
La preoccupazione mi divorava, ma sotto di essa ribolliva un desiderio che mi faceva quasi male.
La mia mente era un vortice di immagini: Alfredo, con le sue mani grandi e la pancia pronunciata, che la inchiodava al muro della sua mansarda, il suo odore di sudore che la stordiva, e quelle mani callose che la reclamavano.
Lo immaginavo mentre la dominava, il suo ghigno che la piegava, il suo potere che la consumava, probabilmente era proprio quello il motivo per il quale lo avevo scelto.
Infstti io stesso l’avevo spinta verso di lui, con le mie parole sussurrate – «Immagina Alfredo che ti sbatte contro il muro, che ti prende fino a farti gridare» – e ora ero intrappolato nel mio stesso desiderio, un misto di gelosia e lussuria che mi faceva pulsare il cazzo, duro al punto da farmi male.
Stavo per cedere, la mano pronta a slacciarmi i jeans, quando il campanello squillò.
Mi alzai di scatto, il cuore che mi schizzava in gola.
Aprii la porta, e lì c’era lei. Marina.
Era diversa, strana, ma bella in un modo che mi fece quasi paura. I capelli leggermente scompigliati, le guance arrossate, gli occhi che brillavano di una luce nuova, come se portasse un segreto che le bruciava dentro.
Mi guardò, un sorriso storto sulle labbra, e disse «Che c’è, non mi fai entrare?»
La sua voce era morbida, ma carica di un potere sottile, come se il desiderio che l’aveva consumata le avesse dato una nuova sicurezza. La lasciai entrare, ancora stordito. «Pensavo di dover venire a prenderti,» balbettai.
«Alfredo mi ha accompagnata,» rispose, con un tono che era un misto di provocazione e dolcezza. «Adesso ti racconto, ma fammi dare una lavata.»
Non le diedi il tempo. La presi in braccio, stringendola forte, e la baciai con una fame che non riconoscevo. Lei ricambiò, la sua lingua che invadeva la mia bocca, un gusto strano, salato, che mi fece girare la testa.
La guardai, e lei sorrise, un lampo malizioso negli occhi.
«Sì, è il sapore della SBORRA di lui,» sussurrò, avvicinandosi al mio orecchio.
«Il sapore delle corna amore mio. Ma non è l’unica novità.»
Mi leccò il viso, le sue mani che mi stringevano, il suo corpo premuto contro il mio.
«Ti amo tanto, amore,» mormorò, la voce che tremava di eccitazione.
«Adesso ti racconto TUTTO.»
La portai sul divano, il cuore che mi batteva all’impazzata, lo stomaco stretto in una morsa di gelosia ed eccitazione.
«Cosa è successo?» chiesi, la voce roca. «Racconta.»
Lei si staccò da me, si sedette, incrociando le gambe con una lentezza che sembrava studiata, come se stesse usando il mio desiderio per tenermi in pugno.
«Vedo che tu e il tuo amico siete impazienti,» disse, indicando il rigonfiamento nei miei jeans con un sorrisetto.
«Mettiti comodo, amore. Ti racconto tutto.»
Si sistemò i capelli, il suo sguardo che vagava come se stesse rivivendo ogni istante.
«Quando sono salita, mi ha aperto la porta e mi ha squadrata da capo a piedi.
Era lì, in piedi, con quella camicia macchiata di sudore, i jeans sgualciti, la pancia che sporgeva appena.
Il suo odore di sudore e tabacco mi ha colpita come un pugno, stordendomi.
Mi ha guardata con quegli occhi neri, come se fossi già sua, e ha detto: ‘Ma che bella questa Marinella. Sei vestita così per me?’»
Marina imitò la sua voce roca, e io sentii un brivido corrermi lungo la schiena. «Gli ho risposto, dandogli del lei, giocando un po’. ‘Le piace come sono vestita? Cosa ne pensa?’»
Alfredo si era avvicinato a un mobile, tirando fuori due bicchieri e una bottiglia di liquore scuro.
«Non so che fosse,» continuò Marina, «qualcosa di forte, che bruciava in gola.
Lo sai che sono astemia, ma lui mi ha versato un bicchiere e mi ha guardata con quel ghigno, come se mi stesse sfidando. ‘Bevi, piccola, ha detto. E io, per non sembrare una bambina, ho buttato giù tutto. Bruciava, ma l’ho fatto. Lui ha riso e mi ha versato ancora, come se volesse spingermi oltre i miei limiti.»
«Hai bevuto?» chiesi, il cuore che mi martellava.
«Certo, che potevo fare?» rispose, con un sorrisetto che tradiva la sua ambivalenza. «Comunque, vuoi sentire la storia o no?» Annuii, incapace di parlare, il cazzo che mi pulsava nei pantaloni.
Lei si avvicinò, la sua mano che scivolava sul mio inguine, stringendomi piano mentre riprendeva il racconto, come se stesse usando il mio desiderio per controllarmi.
«Gli ho chiesto di nuovo cosa ne pensavo di come ero vestita. ‘Posso essere sincero?’ ha detto. ‘Non è che poi fai la bambina e ti offendi?’
Io ho giurato che non mi sarei offesa. E lui, guardandomi dritto negli occhi, ha detto: ‘Devo dire che sei davvero arrapante così, Marinella. Chissà quanti ti avranno guardata oggi.’»
Marina fece una pausa, il suo respiro che si faceva più corto.
«Gli ho chiesto cosa significasse ‘arrapante’, giocando la parte della ragazza ingenua, come se fossi io a condurre il gioco.
Ma lui… lui era il gatto, e io il topo.
Con quella voce che sembrava entrarmi dentro, ha detto: ‘Significa che piaci agli uomini.
CHE FAI ARRIZZARE I CAZZI»
Le sue parole mi colpirono come un pugno. La immaginavo lì, davanti a lui, con quella gonna corta, l'odore di sudore che la stordiva, la sua mano che si strofinava il cazzo sopra i jeans, un gesto che urlava dominio.
«E tu cos’hai detto?» chiesi, la voce strozzata. «Gli ho detto che sì, qualcuno mi aveva guardata, ma con sguardi strani, come se volessero farmi chissà cosa.
E lui, ridendo, ha detto: ‘Perché sei una puttanella, Marinella.
Ti piace fare arrizzare i cazzi, disse nuovamente.
Io ho arrossito, ho balbettato che quelle parole mi imbarazzavano, ma lui ha continuato: ‘Hai detto che non ti offendevi, no?’
Era come se mi stesse spingendo a cedere, a piegarmi al suo gioco.»
«Amore, non ci stavo capendo più niente,» confessò, la sua mano che stringeva più forte il mio cazzo, come se stesse reclamando un potere su di me mentre raccontava di essersi arresa a lui.
«L’alcol mi faceva girare la testa, il suo odore di sudore mi stordiva, e quel calore tra le gambe… mi stava facendo impazzire.
Gli ho chiesto se pensava davvero che fossi una puttanella.
E lui, con quel ghigno, ha detto: ‘Sei una magnifica puttanella. Piaci agli uomini, e loro farebbero pazzie per te. Anche io, Marinella. Mi fai uscire pazzo da anni, sempre a sculettare sotto il mio naso.’»
Le sue parole mi mandarono in tilt.
La immaginavo lì, con Alfredo che la dominava solo con lo sguardo, con le sue parole crude, come se le stesse dicendo che poteva prenderla quando voleva.
«E poi?» chiesi, quasi supplicandola.
«Gli ho detto: ‘Allora le piaccio? Sono contenta, credevo di non piacerle.’
E lui: ‘Certo che mi piaci, zoccoletta. Vieni qua, fatti vedere come si deve.’»
Marina si morse il labbro, il ricordo che le accendeva gli occhi.
«Sono andata verso di lui, ancheggiando, pensando di avere il controllo. Ma lui mi guardava con un desiderio che mi faceva tremare. Era seduto in poltrona, e quando mi sono fermata vicino a lui, ha messo una mano sulla mia coscia, accarezzandola piano.
Mi ha chiesto se mi piaceva. Ho detto di sì, quasi senza pensarci. Ha continuato, salendo più su, sfiorandomi sopra le mutandine con quel grosso dito magico.
‘Che c’è, piccola?’ ha detto. ‘Ti piace il massaggio di zio Alfredo?’
Era come se ogni tocco, ogni parola, mi spingesse a cedere di più, a dargli tutto il potere.»
Il mio cuore batteva così forte che pensavo sarebbe esploso.
La immaginavo nella sua mansarda, il pavimento ingombro di bottiglie vuote, le pareti macchiate, l’aria pesante di sudore e tabacco. Alfredo, con la sua camicia sporca, la pancia pronunciata, che la toccava, la dominava, il suo odore che la avvolgeva come una catena.
«E poi?» chiesi, la voce ridotta a un sussurro. «Mi ha chiesto se avevo avuto altre esperienze. Gli ho raccontato dei pompini al mare, del guardone, di quel ragazzo che mi aveva preso il culo.
Lui ha riso, ha detto: ‘Ti sei fatta rompere il culo? E ti è piaciuto?’
Ho detto di sì, che mi aveva fatto sentire un calore incredibile.
Poi mi ha chiesto: ‘E ti piace succhiare i cazzi?’ Ho annuito, e lui… amore, lo ha tirato fuori.
Un cazzo largo, non troppo lungo, ma così pieno, così vivo.
Quando l’ha fatto, la stanza si è riempita di un odore forte di pipì, acre, che si mescolava al suo sudore, stordendomi ancora di più.
Era come se anche quell’odore fosse un’arma, un modo per tenermi sotto il suo controllo.
Mi ha guidata verso di lui, una mano nei miei capelli, e io l’ho preso in bocca.
Me lo spingeva dentro, riempiendomi tutta. Era… travolgente, amore.»
Le sue parole mi travolsero. La immaginavo inginocchiata davanti a lui, la sua bocca piena, l’odore di piscio che le impregnava la bocca, le sue mani che le stringevano i capelli, il suo potere che la schiacciava.
Le mie fantasie, quelle che avevo instillato in lei con le mie provocazioni, si stavano avverando. «Poi mi ha fermata,» continuò Marina, la voce che tremava di eccitazione.
«Ha detto che toccava a lui.
Mi ha fatta inginocchiare sulla poltrona, mi ha tolto le mutandine e ha iniziato a leccarmi. Ovunque, amore.
Le sue mani mi tenevano ferma, la sua lingua… godevo così tanto che le gambe mi cedevano. Quando ha smesso, ha detto che avevo un corpo perfetto.
Gli ho detto che, se voleva, poteva prendermi il culo.
Ma lui… lui voleva di più.»
Il mio stomaco si contorse.
La immaginavo, vulnerabile, esposta, con Alfredo che la dominava, il suo ghigno che la inchiodava.
«Cosa ha fatto?» chiesi, la voce che tremava. «Mi ha guardata, con quegli occhi neri che sembravano bruciarmi.
Ha detto: ‘Ci sarà tempo per tutto, piccola.
Ma ora mi prendo quello che voglio.
E poi… mi ha presa, amore.
Mi ha posseduta, forte, come un animale.
Mi riempiva, mi faceva gridare.
Diceva cose come: ‘Marinella, quanti anni hai?"
"Diciotto da poco" ho risposto,
"E con sto cazzo ti faccio arrivare a venti"
Era lui a comandare, amore.
Io ero sua, completamente sua.»
La sua voce era un misto di ingenuità ed eccitazione, e io ero perso.
La immaginavo nella mansarda, il suo corpo giovane schiacciato sotto il peso di Alfredo e il suo potere che la consumava.
«Ti è piaciuto?» chiesi, la voce rotta.
«Era bellissimo,» confessò, guardandomi negli occhi, con un misto di sfida e sottomissione. «Mi sentivo riempita, viva, come se non potessi fare altro che arrendermi.
La tua fidanzatina si è fatta finamente sverginare da un porco, amore.
E tu… tu sei un cornuto, e io una zoccola, cosi come abbiamo sempre sognato.»
Le sue parole mi colpirono come un fulmine, ma c’era un potere anche in lei, nel modo in cui me lo raccontava, nel modo in cui usava la mia eccitazione per tenermi in pugno.
La spinsi sul divano, le mani che tremavano mentre sollevavo la sua gonna.
La sua figa era rossa, aperta, gonfia, ancora pulsante, più bella che mai.
Mi inginocchiai, la leccai piano, sentendo il suo calore, il suo sapore.
Lei mi teneva la testa, gemendo: «Piano, amore, piano, brucia un pochino.
Ma se fai il bravo, presto la proverai anche tu.»
A quelle parole cedetti, mi alzai, incapace di trattenermi.
Mi misi davanti a lei, segandomi mentre mi guardava con quel sorriso perverso, esercitando su di me lo stesso potere che Alfredo aveva usato su di lei.
«Vieni dai, sborra sulla tua fidanzatina zoccola,» sussurrò, «che si è fatta scopare da un altro invece che da te.
Dai, vieni!»
Esplosi, gli schizzi che le arrivavano fino ai capelli, il corpo che tremava mentre crollavo su di lei.
Marina mi accarezzò, coccolandomi come un bambino, il suo potere su di me evidente in ogni carezza.
«Tranquillo, amore,» mormorò.
«Va tutto bene.»
La storia con Alfredo era appena iniziata.
Ci aspettava un periodo di desideri impensabili, e io, come al solito, ero intrappolato tra gelosia, eccitazione e il potere che questa cosa esercitava su entrambi, non potevo fare altro che seguirla in quell vortice di passione.
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